DANIELE BILLITTERI
Mio nonno Peppino era comunista. Non lo diceva a nessuno perché a quei tempi si rischiava di finire in qualche lista di cattivi all’Ufficio Politico della questura. Lui, macchinista delle Ferrovie, andava votare e metteva una bella croce sulla falce e martello. Mutu a cu sapi u iocu.
Ovviamente era ateo. Per lui Dio era una cosa troppo immensa per potere organizzare uno sciopero: ai padroni non si può porgere l’altra guancia. Ma rispettava molto chi invece ci credeva. Tranne i parrini che la domenica facevano campagna elettorale per la Democrazia Cristiana al punto che lui riuscì a convincere la moglie, mia nonna Mimì (che dava ascolto al parrino della chiesa di Maria Santissima dei Naufraghi) che votazioni in Italia non ce n’erano più e che quindi la domenica non c’era bisogno di uscire. E lui andava al seggio il lunedì.
Nonno Peppino non bestemmiava, aveva sempre un linguaggio gentile e non gridava. Preferiva sempre ragionare. Ma nel corridoio della casa di Corso dei Mille, c’era un bel quadro della Sacra Famiglia illuminato grazie a una lampuzza da una candela.Era una riproduzione di un dipinto di Raffaello dove San Giuseppe è senza barba e il bambino quasi lo gusarda storto come a dirgli;: non rti rischiare di dirci palore a me matri… Come infatti il nonno non l’aveva voluto, quel quadro, né per la Vergine Maria né per il Bambino. Con tutto il rispetto. Il protagonista era San Giuseppe, quello che portava il suo nome.
Non era una scelta di devozione. Il nonno Peppino era devoto ad un altro Giuseppe che portava i baffoni e aveva sconfitto i nazisti assicutandoli a calci in culo fino a Berlino. Ben altro che Santo, altro che porgere l’altra guancia. Ma Giuseppe, quello della Sacra Famiglia, faceva il falegname, era un proletario prima ancora di essere uno che santamente si era accollato una moglie vergine che partorisce un bambinello, e che Bambinello. Era un artigiano che viveva di lavoro, stava in Palestina dove non c’era ancora né Hamas né Nethaniau. Ma c’erano i romani che certo non erano tanto teneri di muso. E lui faceva mobili, segava tronchi, incollava assi. Mentre c’era chi preparava croci. Lavorava sodo, campava la famiglia, compreso quel figlio che a 33 anni era ancora disoccupato e che, se non era per i miracoli, altro che pesci poteva mangiare. E non c’era nemmeno la scusa di Erasmus. Questo era San Giuseppe per mio nonno Peppino che ogni anno, il 19 di marzo, puliva la cornice e il vetro della Sacra Famiglia e gli sembrava di notare nel santo uno sguardo appena divertito mentre lo guardava divorare una immancabile sfincia che, a senso suo, era una forma di proletaria Eucarestia. Io l’ho amato anche per questo.
Daniele Billitteri
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