Laura Spanò
Trapani - È stata una grande bandiera della pace sorretta dai giovani ad aprire la marcia per celebrare il 21 marzo a Trapani. Il corteo partito dal porto ha attraversato le vie del centro storico ed ha raggiunto piazza Vittorio Emanuele. Alla giornata promossa dall’associazione Libera hanno preso parte in 50 mila, oltre 500 familiari di vittime innocenti provenienti dall’Italia e dall’estero, tanti i giovani.
Per la lettura dei 1101 nomi sul palco si sono avvicendati, uomini della chiesa e delle istituzioni, magistrati, familiari di vittime della mafia, giornalisti, avvocati, imprenditori, sindaci, rappresentanti delle forze dell’ordine, sindacalisti, semplici cittadini. Sono stati 1101 storie di uomini, donne e bambini. Venti i nuovi nomi inseriti nell’elenco, 11 donne e 5 minori. Alcune sono storie del passato, tra gli anni ‘80 e ‘90 riemerse dopo anni di oblio.
Altre, apprese dalla cronaca degli ultimi anni, a dimostrazione di come in alcuni territori le mafie continuino a sparare. Centoventi i nomi di bambini uccisi, tra cui Giuseppe e Salvatore Asta uccisi con la loro mamma Barbara nel 1985 a Pizzolungo, Claudio Domino ucciso nel 1986, Giuseppe Di Matteo ucciso nel 1996, mentre la più piccola è Caterina Nencioni, 50 giorni, uccisa nel 1993 dalle bombe di via dei Georgofili, con tutta la sua famiglia e al giovane Dario Capolicchio. Un rosario interminabile che porta ad una riflessione sull’importanza di fare rete, di mantenere viva la memoria, di non lasciare sole queste persone che grazie a Libera hanno trovato la forza di continuare a combattere per avere verità e giustizia. Ieri tutte quelle vittime hanno camminato per le strade di Trapani. I loro volti erano visibili sulle magliette o con foto che i familiari portavano addosso. Ma c’è stato anche chi si è fatto carico di portare il nome di una vittima che non gli apparteneva per non lasciarla sola. Storie davvero strazianti quelle raccontate da ognuno di questi familiari, come quella di Leonardo Renda segretario DC e assessore al comune, ucciso ad Alcamo nel 1949. Ieri a ricordare quell’omicidio il figlio. O come la storia di Nino Alibrandi il cui papà Angelo venne ammazzato nel 1990 a Messina e riconosciuto vittima della mafia dopo venti anni. Storie, tante e diverse ma tutte dolorose, e come ha ricordato dal palco don Luigi Ciotti: «Non dobbiamo dimenticare che l’80% dei familiari non conosce la verità o ne conosce solo una parte». Eppure ha continuato - «le verità passeggiano per le vie della nostra città, c’è chi ha visto, c’è chi sa. L’Italia è un Paese non del tutto libero, il processo di liberazione non è terminato. Occorre fermare la deriva etica di un pezzo di mondo che abbandona alla deriva l’umanità più povera e fragile, come i migranti. Noi ci riconosciamo nel Manifesto di Ventotene che porta un soffio di speranza e che ci chiede responsabilità e impegno» - precisando che «Il diritto alla verità non può andare in prescrizione e la memoria non dura un giorno». Ieri al corteo anche gli ex procuratori Piero Grasso e Cafiero De Raho, presente anche il segretario nazionale del Pd Elly Schlein. E poi la chiesa, tanti sindaci, 12 mila studenti, i segretari di Cgil, Cisl e Uil. I rappresentanti delle forze dell’ordine, il prefetto di Trapani Daniela Lupo, ma anche ex prefetti venuti appositamente per questa giornata che per Trapani rappresenta il cambiamento. (*LASPA*)GdS, 22/3/25
Nessun commento:
Posta un commento