di Massimo Recalcati
L’ultima testimonianza, un’intervista ora
ripubblicata, ribalta l’immagine dell’esistenzialismo. Meno angoscia e più
apertura a un principio di fratellanza fra gli uomini
L’ultima intervista dal carattere testamentario rilasciata da Sartre al suo
segretario personale Benny Lévy poco prima della sua morte avvenuta il 15
aprile del 1980, suscitò un profondo scandalo tra i suoi amici più intimi a
cominciare da Simone de Beauvoir. Come era possibile che il filosofo che aveva
sostenuto che "l’inferno sono gli Altri", che aveva messo in rilievo
la natura necessariamente conflittuale delle relazioni umane, che aveva irriso
la morale borghese della solidarietà e dell’Uomo (basti ricordare il giudizio
tagliente sul romanzo di Camus, La pestereo di diffondere una "morale
da crocerossina"), in quella intervista riabilitasse sentimenti come la
speranza, la reciprocità, la fratellanza, la condivisione? Non era forse il
segno inequivocabile del decadimento della sua lucidità o, peggio ancora,
dell’azione subdolamente manipolatoria del suo intervistatore che non
nascondeva la propria appartenenza alla cultura ebraica?
Oggi questa intervista è disponibile al lettore italiano per le edizioni
Mimesis col titolo La speranza oggi , una traduzione efficace e una
esauriente introduzione di Maria Russo. La domanda che questa conversazione sollevò
al tempo della sua prima pubblicazione resta centrale: come è possibile che il
filosofo dell’angoscia e della "condanna alla libertà", il filosofo
che aveva colpito al cuore la retorica umanistica dei buoni sentimenti e la sua
malafede fondamentale, sostenga adesso che «il rapporto di fraternità è il
rapporto primario tra gli esseri umani».
Da dove viene questo cambio di rotta? Si tratta di una abiura? Viene forse
dalla paura della morte imminente che travolge il filosofo ormai cieco e
anziano? Quello che più colpisce in questa intervista è l’insistenza di Sartre
sulla parola "speranza" che non appartiene propriamente al suo
lessico filosofico. Questa parola – ecco lo scandalo! – viene piuttosto
dal logos biblico. È questo lo spartiacque rispetto all’ateismo
convinto del filosofo? Si tratta di un avvicinamento – a fine corsa –
verso il sentimento religioso? In realtà nessuna retorica religiosa accompagna
l’uso sartriano della parola "speranza". Piuttosto questa parola
coincide con l’atto, la scelta, l’azione, il progetto. Come dire che non può
esistere azione umana che non porti con sé una speranza, un’apertura, una
trascendenza. Non si tratta di cancellare il pessimismo ontologico della sua
filosofia come la conosciamo attraverso L’essere e il nulla , ma di
mostrare che l’inaggirabilità dello scacco, della caduta, che il carattere
ingiustificato, "di troppo", dell’esistenza non può cancellare la
speranza della trascendenza ma la trascendenza della speranza. Non si tratta
infatti di autorizzare la speranza come "illusione lirica" o
"religiosa", ma di pensarla insieme, profondamente unita alla
disperazione.
Ed è proprio in questa congiuntura che io ritrovo tutto Sartre. Non il
tradimento di Sartre, ma veramente il più essenziale di Sartre. Se la realtà
umana è un "fallimento necessario", se è l’impossibilità di
raggiungere un "fine assoluto", nondimeno questa impossibilità non
può cancellare la speranza della sua realizzazione. È una tensione che anima
tutta la filosofia di Sartre. Non si tratta di pensare religiosamente la
speranza come liberazione dalla necessità dello scacco, ma di non lasciare che
lo scacco sia l’ultima parola sull’esistenza. Di qui la distinzione tra
una "morale della speranza" e quello "spirito di serietà"
con il quale già il Sartre esistenzialista definisce l’illusione e la menzogna
borghese dell’esistenza che crede di avere il "diritto di esistere".
Questa "morale della speranza" resta l’ultima parola che Sartre,
prima di congedarsi dalla vita, ci lascia in eredità: è possibile che il desiderio
dell’uomo non sia solo aspirato dal desiderio (impossibile) di essere Dio, di
esserecausa sui , ma sia impegnato nella costruzione di una comunità
nuova, di una comunità ispirata alla fratellanza. Per l’ultimissimo Sartre si
deve abbandonare una teleologia della totalità nel nome di una morale fondata
su un nuovo desiderio di comunità. Non inseguire una totalizzazione
impossibile, ma dare corpo al principio di speranza in una comunità più
solidale e giusta. La tensione politica si annoda qui a quella morale: «Bisogna
immaginare un corpo di persone che lottano insieme». Il fine ultimo della
storia che il marxismo eredita dall’hegelismo è superato non da una prospettiva
nichilistica, ma dall’introduzione di un "altro fine", una sorta di "obbligo"
che ci vincola all’esistenza dell’Altro. Si tratta di una dipendenza che non
esclude affatto la libertà. Piuttosto bisogna ripensare il carattere primario
della fratellanza. È il passo levinassiano dell’ultimissimo Sartre. Dove,
evidentemente, la fratellanza non contiene nessuna omogeneità, nessuna
eguaglianza. Tuttavia, l’incontro con il volto dell’Altro non solleva più
solo l’angoscia medusizzante dell’alienazione e del conflitto infernale, ma una
prossimità che mi concerne e mi impegna: «Ciò che serve per una morale è
ampliare l’idea di fraternità fino a che essa diventi il rapporto unico e
evidente tra tutti gli uomini». È questo che sospinge Sartre verso Levinas e
verso l’ebraismo messianico, ovvero l’utopia di un regno che esclude la
violenza e lo sfruttamento. Il vecchio filosofo non cede, sino al suo ultimo
respiro, alla tentazione della distruzione: «Io resisto e so che morirò nella
speranza»
La Repubblica, 9 luglio 2019
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