Sonia Grechi, nipote di Calogero Cangelosi durante il suo intervento |
SONIA GRECHI
nipote di Calogero Cangelosi
(Pubblichiamo il discorso di Sonia Grechi, nipote di Calogero Cangelosi, segretario della Camera del lavoro di Camporeale, assassinato dalla mafia nel 1948, ha pronunciato lo scorso 6 aprile in occasione del 70° del suo sacrificio)
nipote di Calogero Cangelosi
(Pubblichiamo il discorso di Sonia Grechi, nipote di Calogero Cangelosi, segretario della Camera del lavoro di Camporeale, assassinato dalla mafia nel 1948, ha pronunciato lo scorso 6 aprile in occasione del 70° del suo sacrificio)
Apro
il mio intervento con una serie di doverosi ringraziamenti verso chi ha dato
vita a queste celebrazioni; in primis la Camera del Lavoro di Palermo e
Camporeale, al sindaco che ci ha ospitati nella sala più significativa e al
dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo che ha inteso coinvolgere i suoi
studenti. Non riesco a trovare le parole più giuste per una ricorrenza come
quella di oggi e descrivere le sensazioni che sto provando. Il calore della
gente di Sicilia mi riscalda più del sole che bacia la Trinàcria. Ne sono
avvolta. Mi sento accolta come una di
voi. Ed è vero! Mi sento una di voi! La
Maremma è la mia terra che amo più di me stessa, dove sono nata. Ma anche la
Sicilia mi trasmette qualcosa di unico. Un legame profondo, atavico, antico,
interiore. Settanta anni fa questa terra è stata bagnata dal sangue di mio
nonno. Una persona unica che antepose le sue idee e le sue convinzioni alla sua
stessa vita.
Oggi
lo commemoriamo, ne descriviamo le caratteristiche, lo ricordiamo perché quella
morte non sia stata vana e soprattutto rappresenti una testimonianza viva per
le generazioni attuali e per quelle future.
Quando
due anni fa, partecipai alla sua commemorazione, fui consapevole di quanto
ancora oggi sia amato e ricordato; l’eccellente lavoro fatto con le scuole che
ha germinato, portando gli stessi alunni ad approfondirne la conoscenza, ad
interiorizzarne il messaggio, ad apprezzarne la storia.
Ma
anche l’affetto intatto che trapela dalle parole di chi l’ha conosciuto, preziosi
custodi viventi ed esecutori testamentari del lascito di chi ci ha preceduti.
Oggi
insieme a me non c’è solo la Sicilia e il sindacato per il quale nonno Calogero
si è battuto, c’è anche la Maremma, Grosseto con la sua camera del Lavoro e la
Toscana.
Nonno
Calogero rappresenta per questa provincia e per questa Regione, così
geograficamente distante e storicamente diversa, un formidabile legame, un
testimonial di giustizia e di abnegazione, un esempio per chi quella mafia l’ha
letta solo sui libri o vista in tv o al cinema.
La
storia vissuta dalla famiglia Cangelosi non ha visto come protagonista solo mio
nonno, ma anche sua moglie Francesca Serafino e i suoi quattro figli, Franca,
Giuseppe, Michela e Vita. Donna
fortissima, che ha cresciuto con la fermezza di un uomo e con la tenerezza di
una madre i suoi figli. E
se nonno Calogero ha perduto il bene più prezioso, quello della vita, è giusto
riflettere su cosa ha subìto mia nonna, persona alla quale è stato sottratto
l’amore di un marito e l’unico sostentamento e si è dovuta inventare
capofamiglia nella Sicilia del dopoguerra, oppure i suoi figli che hanno
perduto in tenera età l’affetto di un padre e il punto di riferimento da esso
rappresentato, vivendo momenti difficili e in taluni casi non riuscendo neppure
adesso a superare il trauma o le conseguenze.
Grosseto
nel 1960 fu l’unica possibilità per vincere la povertà in cui la famiglia di
Cangelosi, priva del suo sostentamento principale, abbandonata dalla giustizia
e con tutte le difficoltà di un territorio che si stava pian piano impoverendo,
si era ritrovata suo malgrado.
La
nonna aveva cercato di dare un futuro ai suoi figli sull’isola, senza riuscirci
e dunque l’unica soluzione era quella di emigrare in continente e di
raggiungere i fratelli che vivevano in Toscana, a Grosseto e dare lì una nuova
vita a lei e ai suoi figli.
Probabilmente
è qui che è mancato lo Stato; impedire
alla giustizia di fare il suo corso, non riconoscere nonno Calogero
vittima di mafia, ha fatto sì che mai fosse concesso un benché minimo sostegno
a chi ha dovuto subire una perdita incolmabile come quella di un marito e di un
padre.
Chiedo
a gran voce, come è accaduto per Placido Rizzotto, che anche per Calogero
Cangelosi vi sia questo riconoscimento.
E’
solo una mera questione di giustizia e nulla più, tale da riparare a distanza
di settanta anni un torto e sanare un colpevole errore della magistratura, che
non ha mai condannato né il mandante, né gli esecutori materiali di
quell’omicidio pagato con quattro tumuli di frumento.
Oggi
mi rivolgo alla più alta carica dello Stato, il presidente della Repubblica
Sergio Mattarella, anche lui pesantemente colpito negli affetti da una
prematura scomparsa per mano della mafia, perché possa riaprire questo caso e
restituisca giustizia a chi ha perduto la vita e alle famiglie che non l’hanno
mai dimenticato, quella naturale e quella sindacale che oggi ne perpetua il
ricordo e ne commemora le gesta.
E’
solo una semplice questione legata al riconoscere quell’atto per ciò che è
stato realmente; una uccisione mafiosa che contempla come soluzione unica
l’eliminazione materiale del “nemico”, di colui che rappresenta un potenziale
pericolo per la stabilità e agli interessi economici di pochi.
Restituiamo
giustizia perché solo così si può continuare a dare voce a questi eroi ormai
muti. Una voce da cui si possa trarre quegli insegnamenti che devono essere
oggi pietra angolare della nostra società civile, innervata nella sua struttura
dai principi che hanno guidato le menti di questi straordinari personaggi, esempio e guida per le generazioni più
giovani e per quelle che verranno. Tocca a noi il compito di non far
dimenticare, di implementarne il ricordo. Perché il ricordo è il tessuto
dell’identità. Quella stessa per la quale nonno Calogero, settanta anni fa, ha
sacrificato i propri amori, la sua famiglia, la sua stessa vita.
SONIA GRECHI
nipote di Calogero Cangelosi
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