DAL NOSTRO INVIATO SALVO PALAZZOLO
Il figlio del boss, condannato per mafia, torna a
Corleone per il rito della nipotina. Monsignor Pennisi contro il parroco: “Non
si è ravveduto, non può essere garante di fede”
CORLEONE - Le vacanze di Natale di Giuseppe Salvatore Riina detto Salvo non
sono passate inosservate. Il figlio del capo di Cosa nostra, condannato anche
lui per associazione mafiosa, è tornato in Sicilia con un permesso del
tribunale e con un «certificato di idoneità» firmato da un parroco di Padova.
Idoneità a fare il padrino di battesimo di una nipotina. Evidentemente, il
giovane Riina avrà dato prova di essere un buon cattolico praticante, tanto da
far dimenticare i suoi trascorsi di mafia. Fra il 2000 e il 2002 tentava di
riorganizzare una cosca: «Io vengo dalla scuola di Corleone» diceva mentre
tentava di gestire alcuni appalti, e ai suoi fedelissimi raccontava la stagione
delle stragi Falcone e Borsellino decisa dal padre: «Totuccio si fumò a
tutti, li scannò ». Salvo Riina è stato scarcerato nel 2011, e da
allora ha il divieto di tornare a Corleone, per la procura distrettuale
antimafia di Palermo non ha mai interrotto i suoi rapporti con il clan.
Ma, d’incanto, un parroco di Padova gli ha rilasciato un lasciapassare per
l’altare e un altro sacerdote di Corleone, don Vincenzo Pizzitola, ha
spalancato le porte della Chiesa madre al novello padrino (di battesimo). Così,
il pomeriggio del 29 dicembre, la famiglia Riina ha indossato il vestito della
festa per la cerimonia. Una messa come tante, ma a Corleone non è passata
inosservata. E il tam tam è arrivato fino al vescovo di Monreale, monsignor
Michele Pennisi, che sui temi della mafia è una delle voci più autorevoli di
tutta la Chiesa siciliana. La notizia non gli è davvero piaciuta. Oggi, dice:
«Né io, né gli uffici della Curia eravamo informati. Consentire al figlio
di Riina di fare il padrino di battesimo è stata una scelta censurabile e
quanto meno inopportuna, che io non approvo». In questi giorni il vescovo è in
Tanzania, per inaugurare una scuola realizzata con il contributo della diocesi
di Monreale. È amareggiato per i fatti di Corleone. «Il parroco si è
giustificato dicendo che il figlio di Riina aveva presentato un certificato di
idoneità firmato da un parroco della diocesi di Padova, e che aveva il permesso
del giudice per venire in Sicilia. Ma io non cambio idea su quanto accaduto».
Il vescovo ricorda che il padrino «deve essere il garante della fede, deve dare
testimonianza con le sue azioni. E non mi risulta che il giovane abbia mai
espresso parole di ravvedimento per la sua condotta».
In questi mesi, il rampollo di casa di Riina (il fratello Giovanni
sconta l’ergastolo) è impegnato nella promozione del suo libro: è stato anche a
“Porta a Porta” per presentare “Riina familiy life”, naturalmente neanche una
parola sul trascorso da boss e sulla stagione del terrore e delle
complicità del padre rinchiuso al 41 bis. Ora, su Facebook, Salvo Riina lancia
anche una campagna per le vittime del terremoto: «A grande richiesta — scrive —
l’asta di una copia del mio libro, dedicata e autografata». Il vescovo
Pennisi annuncia una visita pastorale a Corleone: «C’è bisogno di parole chiare
sulla mafia, certi episodi non sono più tollerabili».
La
Repubblica, 2 febbraio 2017
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