di Antonio Matasso -
Non va lontano dal vero, parlando
dell’autonomia siciliana, chi afferma che mito e realtà sono entrambi
necessari: anche se la realtà è lontana dal mito, l’autonomia è nata grazie al
mito. Esso ha mantenuto vivissimo il bisogno di un istituto – lo Statuto
siciliano – che risponde alla storia della nostra isola, alle lotte dei
lavoratori ed all’esigenza di autogoverno e di decentramento democratico.
Questa storia dell’autonomia ha, in
Sicilia, le stesse origini del movimento socialista contadino ed
operaio. Quest’anno sono stati celebrati i centoventi anni del Partito
Socialista Italiano: ma l’anno prossimo ricorreranno i centoventi anni del
congresso dei Fasci Siciliani, primo movimento
socialista, antimafioso ed
autonomista alle nostre latitudini, grazie al quale fu possibile ottenere la
revisione dei patti agrari e la costruzione di nuovi rapporti di lavoro nelle
campagne, basati sulla giustizia sociale. I famosi “Patti di Corleone”,
approvati grazie agli scioperi dei contadini contro gli agrari ed i mafiosi,
costituirono addirittura il primo esempio di contratto sindacale nel settore
agricolo nel nostro paese. Giuseppe De Felice Giuffrida, Rosario Garibaldi
Bosco, Nicola Barbato, Giovanni Noè e Nicola Petrina furono i principali
ispiratori di un processo politico che, per dirla con Turati, aspirava a fare
di una plebe un popolo. Fu proprio Petrina a fondare, il 18 marzo 1889 a
Messina, il primo Fascio operaio dell’isola.
Essendovi una sostanziale identità di
dirigenti tra i fondatori del Partito Socialista siciliano, scaturito dal
congresso dei Fasci svoltosi nel 1893 a Palermo, e gli organizzatori dei Fasci
stessi, con l’esplicitarsi del carattere socialista del movimento si pose il
problema dei rapporti tra il socialismo isolano e quello italiano. In seno al
Partito Socialista siciliano si contrapposero, nel consesso panormita, la
posizione “autonomista” del catanese De Felice Giuffrida, che pensava ad un
partito distinto da quello italiano ed al mantenimento dell’indipendenza dei
Fasci, e quella del palermitano Garibaldi Bosco, che auspicava un collegamento
col movimento socialista nazionale. Al congresso del 21 e 22 maggio 1893,
svoltosi presso la sede del Fascio dei lavoratori di Palermo in via Alloro 97,
la posizione di Garibaldi Bosco risultò maggioritaria; alla fine, tuttavia, la
spuntò la linea di De Felice Giuffrida, il quale optò per l’aggregazione (e non
la fusione) al Partito dei Lavoratori Italiani, che pochi mesi dopo avrebbe
assunto la denominazione di Partito Socialista.
Va dunque ricordato adeguatamente il contributo fondamentale che i
socialisti siciliani hanno dato alla costruzione stessa di un’idea ardita di
autonomia e di progresso dell’isola. Tre anni dopo il congresso del 1893,
furono ancora una volta i socialisti siciliani, con non comune coraggio, a
chiedere nel loro Memorandum del maggio 1896 al Commissario civile per la
Sicilia, Giovanni Codronchi, un’ampia autonomia, indicando in un distinto ed
autonomo ordinamento isolano il solo strumento per affrontare e risolvere i
problemi della Sicilia sul piano economico, sociale e politico. «L’accentramento
politico – si legge nel Memorandum – ha provocato l’assorbimento dei capitali
dell’Isola non appena si andavano formando: ha impedito l’accumulo dei risparmi
e quindi la formazione di una vera classe borghese: ha arrestato lo sviluppo
dell’industria e del capitalismo… Fate dunque che la Sicilia non abbia a
pentirsi di avere concorso alla formazione dell’unità italiana e proclamate che
essa vi aderisca come un corpo solo, che provveda da sé ai bisogni suoi non
comuni alle altre regioni d’Italia. Noi vi domandiamo: l’autonomia regionale».
Questa solida tradizione autonomista è proseguita fino al Dopoguerra,
esprimendosi anche all’interno della Commissione nominata nel 1945 dall’Alto
Commissario Salvatore Aldisio per preparare il progetto della Statuto di
autonomia. Su nove componenti, ben tre erano a vario titolo ascrivibili al
mondo laico-socialista: Mario Mineo (Psi), Giovanni Guarino Amella (Democrazia
del Lavoro), che presentò il progetto più avanzato di autonomia, ed il
presidente della Commissione Alfredo Mirabile (Partito d’Azione).
L’autonomia, che è pure patrimonio di
tutta la cultura, la politica e la società siciliana, è dunque forse uno
dei frutti più rilevanti dell’elaborazione culturale del socialismo siciliano.
Essa ha sempre più bisogno di essere attuata, ma anche di essere vivificata e
resa praticabile, attraverso strumenti idonei. Filippo Turati – che soleva dire:
«Date la libertà alla Sicilia!» – nella sua attività di riformatore ed
amministratore guardava i problemi secondo l’ottica dell’utente. Amava ripetere
che «le tranvie non esistono per dare lavoro ai tranvieri, ma per trasportare i
cittadini».
Per attuare lo Statuto e conferire ad esso un’utilità dal punto di vista
dei cittadini, in riferimento alle loro esigenze concrete, serve una forza
politica regionale che si faccia carico sul serio delle ragioni dell’Autonomia.
Simili soggetti territoriali esistono in Baviera, in Corsica, in Catalogna.
Talvolta sono di ispirazione cattolica, talaltra di orientamento socialista.
Nelle recenti elezioni regionali catalane, la seconda forza politica del paese
è stata la Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra Repubblicana di
Catalogna, di tendenze socialiste democratiche). Alla luce di queste
considerazioni, sono particolarmente preziose occasioni come quella offerta dal
convegno regionale svoltosi il 22 dicembre scorso a Capo d’Orlando, durante il
quale sono stati celebrati i centoventi anni del socialismo siciliano nel nome
della lotta alla mafia e delle rivendicazioni autonomiste: simili iniziative
permettono di riaprire il dibattito su quell’anima autonomista e libertaria che
la sinistra siciliana ha sviluppato fin dalle origini, e che è utile riportare
nella discussione pubblica su un’autonomia regionale troppo a lungo conculcata
ed inattuata.
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